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Nuovo Evento Culturale

Gentili,

come Colli dei Longobardi Strada del Vino e dei Sapori, collaboriamo da diversi anni con realtà che mettono al centro delle proprie attività il mondo dell’agricoltura, riconoscendone il valore economico, culturale e identitario per il nostro territorio.

Per questo desideriamo richiamare la vostra attenzione sull’incontro organizzato Lunedì 16 novembre alle ore 18.00, presso Casale Riversa a Capriano del Colle (BS).

Sarà un’importante occasione per conoscere da vicino come l’innovazione tecnologica possa affiancare l’esperienza e la tradizione di chi lavora la terra da generazioni attraverso la presentazione di “Kiwi Drone”. Kiwi Drone Solution, azienda bresciana specializzata in servizi professionali con droni avanzati, presenterà le opportunità offerte dall’agricoltura di precisione, mostrando concretamente come queste tecnologie possano essere applicate a campi e vigneti: monitorare ogni filare, intervenire dove realmente necessario, ridurre gli sprechi e contribuire alla tutela della qualità delle produzioni.

Riteniamo che questo appuntamento sia particolarmente importante per tutti coloro che operano nel settore agricolo, vitivinicolo e turistico del nostro territorio. L’incontro permetterà di approfondire strumenti e prospettive che possono contribuire concretamente all’evoluzione delle attività agricole, coniugando innovazione, sostenibilità e qualità.

La partecipazione è quindi particolarmente importante: vorremmo che fosse un momento di confronto e condivisione, nel quale portare esperienze, domande e curiosità, valorizzando anche le occasioni di incontro e conoscenza reciproca.

A conclusione della serata è previsto un piccolo aperitivo.

Prenotazione entro 12 novembre: info@stradadelvinocollilongobardi.it

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Presentato a Corte Franca (Bs) l’Atlante dell’Arca del Gusto di Slow Food che racconta la biodiversità della Lombardia

Il volume, disponibile per l’acquisto su slowfood.it, raccoglie 87 prodotti dell’Arca del Gusto e 19 Presìdi Slow Food della regione

Consegnati gli attestati di riconoscimento ai produttori Matteo Calzaferri e Carlo Mazzoleni 

Il lavoro di chi custodisce prodotti, saperi e tradizioni legati ai territori è fondamentale per salvaguardare la biodiversità agroalimentare. Un impegno che Slow Food ha voluto riconoscere in occasione della presentazione dell’Atlante dell’Arca del Gusto della Lombardia, con la consegna di due attestati a Matteo Calzaferri, produttore del fagiolo Copafam e del carciofo di Malegno, entrambi prodotti dell’Arca del Gusto, e Carlo Mazzoleni, produttore dello Storico Ribelle e del Furmàcc del Féen, Presìdi Slow Food. 

L’Atlante, già disponibile su slowfood.it, è stato presentato ieri, martedì 3 novembre, da Guido Berlucchi a Corte Franca (Bs), nella storica azienda vitivinicola sostenitrice del progetto dei Presìdi Slow Food, e fa parte di una collana che riunisce 18 volumi illustrati e 1450 prodotti italiani da salvare. Voluto dal fondatore di Slow Food Carlo Petrini, il progetto è realizzato da Slow Food Italia e Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, con il sostegno del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, il contributo della banca dati di Ismea e il supporto dei Borghi più Belli d’Italia.

«18 libri, 1450 prodotti da salvare: una fotografia dell’agrobiodiversità italiana, un viaggio alla scoperta di cibi che raccontano vite, territori e comunità. Quarant’anni fa Carlin, con Slow Food, propone una rottura: proteggere la biodiversità contro la monocoltura, accogliere, invece di respingere, la complessità, e leggerla a partire da un elemento concreto e quotidiano qual è il cibo   – ha sottolineato Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia  –. Attraverso il cibo abbiamo raccontato storie di viticoltori, pastori, pescatori, casari, consuetudini, pratiche agricole, saperi popolari, paesaggi agrari ed esperienze che rischiano di essere considerate marginali, ma che invece, nella prospettiva globale, sono esperienze universali: sorelle di altre vite, altre comunità, altri saperi, altri paesaggi, altre pratiche dei contadini del mondo, ugualmente fragili nei rapporti di forza imposti dai mercati globalizzati ma ugualmente potenti nel significato e nel valore».

La biodiversità della Lombardia

L’Atlante dedicato alla Lombardia raccoglie 87 prodotti dell’Arca del Gusto e 19 Presìdi Slow Food, offrendo una mappa della biodiversità agroalimentare regionale. Per ciascun prodotto, il volume racconta le caratteristiche, la storia e gli utilizzi in cucina: un percorso tra varietà vegetali, formaggi, salumi, dolci e altre specialità lombarde.

«L’Atlante dell’Arca del Gusto della Lombardia racconta la ricchezza e la varietà dei nostri territori attraverso prodotti che custodiscono storie, saperi e tradizioni tramandati nel tempo – ha dichiarato Giuliana Daniele, presidente di Slow Food Lombardia –. Prendersi cura di questo patrimonio significa riconoscere che tutto è connesso: la biodiversità, il cibo che produciamo e consumiamo, la salute del suolo, dell’acqua e dell’aria e la dignità del lavoro. La Terra è una casa comune di cui siamo parte e custodi, e abbiamo la responsabilità di preservarla per le generazioni future. Valorizzare le produzioni raccontate nell’Atlante significa quindi proteggere l’identità agroalimentare lombarda e sostenere le comunità che, attraverso il proprio lavoro, contribuiscono a mantenere viva la biodiversità e a costruire filiere alimentari più sostenibili ed eque». 

Tra le storie raccontate nell’Atlante figurano quelle del fagiolo Copafam e del carciofo di Malegno, coltivati da Matteo Calzaferri, e dello Storico Ribelle e del Furmàcc del Féen, prodotti da Carlo Mazzoleni. Esempi che raccontano come la biodiversità sia fatta non solo di prodotti, ma anche di persone che contribuiscono a mantenerla viva. 

Originario delle aree montane della Val Camonica, il fagiolo Copafam si distingue per i semi grandi e variopinti e per il sapore dolciastro, con note che richiamano le castagne. Il suo nome, che in dialetto significa “che uccide la fame”, ne ricorda l’importanza nell’alimentazione contadina. Coltivato solo ad uso familiare, viene utilizzato nelle ricette tipiche locali: in inverno per la trippa in brodo e d’estate per accompagnare la carne salata di cavallo. Il carciofo di Malegno, invece, chiamato in dialetto “articiok de Malegn”, è una varietà caratterizzata da capolini piccoli, profumo intenso e sapore deciso, con una marcata nota amara. Oggi la sua sopravvivenza è legata a una decina di agricoltori locali e alla resilienza della pianta stessa, capace di persistere anche nei terreni abbandonati senza cure agronomiche. Oltre all’uso gastronomico, che lo predilige bollito e condito in pinzimonio, viene utilizzato anche nelle infusioni per le sue proprietà nutraceutiche.

Passando ai pascoli delle Orobie, la biodiversità lombarda si esprime anche attraverso lo Storico Ribelle, formaggio d’alpeggio prodotto nelle valli di Gerola e Albaredo, in provincia di Sondrio, tra i 1400 e i 2000 metri di altitudine. Realizzato con latte crudo secondo metodi tradizionali, sviluppa aromi di erbe montane e, con la stagionatura, note di frutta secca e castagna. La sua produzione contribuisce a preservare gli alpeggi, la biodiversità alpina e un’antica arte casearia. Con i fieni locali, durante il resto dell’anno, si produce invece il Furmàcc del Féen.

Trent’anni di impegno per salvare la biodiversità

L’Arca del Gusto nasce nel 1997 da un’intuizione di Slow Food: creare un catalogo dei prodotti alimentari tradizionali a rischio di scomparsa, dalle varietà vegetali alle razze animali, dai formaggi ai pani, dai salumi ai dolci. Un patrimonio che non comprende soltanto alimenti, ma anche storie, tecniche di produzione, conoscenze e pratiche tramandate di generazione in generazione.


Il progetto prende forma nel 1996, quando un gruppo di attivisti Slow Food, constatando la progressiva scomparsa di alcune coltivazioni tradizionali nelle Langhe, comprende l’urgenza di documentare e proteggere ciò che rischia di andare perduto. Da quella prima intuizione nasce un percorso che, in quasi trent’anni, ha assunto una dimensione internazionale: oggi l’Arca del Gusto raccoglie oltre 6.000 prodotti provenienti da più di 160 Paesi, con l’Italia che conta più di 1.400 segnalazioni.

Tra i prodotti dell’Arca sono presenti anche i Presìdi Slow Food, il progetto che permette di passare dal lavoro di catalogazione all’azione concreta sui territori, per salvaguardare un prodotto tradizionale (un prodotto dell’Arca), una tecnica tradizionale (di pesca, allevamento, trasformazione, coltivazione), un paesaggio rurale o un ecosistema. 

Come ha ricordato Carlo Petrini, i prodotti dell’Arca del Gusto sono «semi di futuro, possibilità per costruire un mondo migliore»: risorse preziose per promuovere sistemi alimentari più sostenibili e mantenere vive le identità gastronomiche locali.

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ANDREOLA SCEGLIE LA TRASPARENZA: IN ETICHETTA, SU TUTTA LA LINEA VALDOBBIADENE DOCG, L’ASSENZA DI PRATICHE DI CHIARIFICA E, SU DIRUPO, ANCHE IL NUMERO DELL’ASSEMBLAGGIO

– Più informazioni e una lettura più approfondita del vino: è questa la direzione scelta da Andreola che, con le nuove bottiglie della vendemmia 2026, porterà in etichetta elementi finora poco visibili al consumatore. Su tutta la linea Valdobbiadene DOCG comparirà la dicitura “ottenuto senza pratiche di chiarifica”, mentre il Dirupo Valdobbiadene DOCG riporterà anche il numero dell’assemblaggio.

“Il mercato oggi offre una scelta enorme e non è sempre facile districarsi tra le tante proposte. Per questo abbiamo deciso di aggiungere in etichetta due informazioni importanti: la dicitura “ottenuto senza pratiche di chiarifica” su tutti i nostri Valdobbiadene DOCG e il numero dell’assemblaggio su Dirupo, una delle nostre etichette più conosciute. Per noi è una questione di rispetto verso chi acquista. Dare al consumatore più elementi per orientarsi significa permettergli di scegliere con maggiore chiarezza e di riconoscere nel tempo lo stile Andreola, annata dopo annata. È un passo che rafforza il rapporto di fiducia con chi sceglie i nostri vini e che racconta con onestà il lavoro che facciamo dalla vigna alla bottiglia”, dichiara Stefano Pola, proprietario di Andreola.

La novità si inserisce in una crescente richiesta di trasparenza da parte dei consumatori, sempre più interessati a conoscere non soltanto l’origine delle uve, ma anche le scelte che definiscono l’identità del vino. L’indicazione “ottenuto senza pratiche di chiarifica”, estesa a tutta la linea Valdobbiadene DOCG, testimonia un approccio produttivo orientato a preservare al massimo l’integrità del vino e delle sue componenti naturali. Il numero dell’assemblaggio sarà invece riportato su Dirupo, la cuvée che meglio racconta questa scelta perché nasce dall’unione di uve provenienti da zone diverse. Nel Valdobbiadene DOCG la creazione del blend è uno dei momenti più importanti del lavoro enologico: vini base ottenuti da parcelle diverse e da diverse annate vengono selezionati e uniti per raggiungere il profilo stilistico desiderato. È qui che l’esperienza dell’enologo incontra le caratteristiche espresse dall’annata, trasformando il patrimonio dei vigneti in un’identità riconoscibile e coerente nel tempo. Conoscere il numero dell’assemblaggio permetterà inoltre di seguire l’evoluzione della cuvée negli anni, rendendo accessibile un’informazione che spesso non è nota ai consumatori. A questo si aggiunge un valore ulteriore: la numerazione parte dalla prima edizione di Dirupo, l’etichetta con cui è nata l’azienda, e permette così di ripercorrere, edizione dopo edizione, la storia di Andreola a partire dal suo anno di nascita.

La scelta non ha soltanto una valenza informativa, ma rappresenta anche un preciso approccio enologico. “Dal punto di vista tecnico, questa decisione rappresenta un ulteriore passo nel percorso di trasparenza che Andreola porta avanti da anni. Non ricorrere a pratiche di chiarifica su nessun Valdobbiadene DOCG della nostra linea significa preservare l’integrità del vino fin dall’origine, lasciando che esprima con autenticità le caratteristiche dell’uva e del territorio. A questo si aggiunge il numero dell’assemblaggio su Dirupo, che permette di contestualizzare meglio la cuvée e di coglierne l’evoluzione nel tempo. È un approccio ancora poco diffuso che avvicina il consumatore al lavoro svolto in cantina e rende più leggibile il percorso che porta il vino dalla vigna al bicchiere”, spiega Mirco Balliana, enologo di Andreola.

Portando in etichetta informazioni tradizionalmente riservate agli addetti ai lavori, Andreola rafforza il proprio percorso di trasparenza e offre ai consumatori una nuova chiave di lettura del Valdobbiadene DOCG. Una scelta che trasforma la bottiglia non soltanto in un prodotto da degustare, ma anche in uno strumento di conoscenza capace di raccontare con maggiore precisione il lavoro che nasce tra le vigne e prende forma in cantina.

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Ristoranti

Il mio omaggio a Nadia Santini

Ricordo quando, ancora ragazzina, iniziai ad avvicinarmi al vero mondo dell’alta ristorazione. Da donna, volli subito conoscere meglio una delle sue icone: Nadia Santini. Mi innamorai di tutto ciò che leggevo su di lei: la sua storia, la sua cultura, la sua filosofia, la sua passione e, soprattutto, il suo cuore.

Ricordo la prima volta che varcai la porta di Dal Pescatore. Era come una bambina nel giorno di Natale. Per me significava entrare in un tempio della gastronomia e avere finalmente l’occasione di assaggiare i piatti della prima chef donna al mondo ad aver conquistato le tre stelle Michelin.

Ma non fu soltanto questo. Fu molto, molto di più. E da quella prima visita ne sono seguite tante altre. Ma andiamo con ordine.

Era una domenica di aprile. Allattavo, avevo un’allergia alimentare restrittiva e una bambina che stavo ancora svezzando. Arrivai con la «pappetta» che avevo preparato per Carlotta e con tanta, tantissima emozione, accompagnata da un pizzico di tensione per quella che sentivo come un’opportunità immensa.

Fu come entrare in casa di un amico, accolti da un sorriso sincero e da una cortesia davvero rara.

Ordinammo e, fin da subito, tutti si mostrarono disponibili a modificare i piatti che, purtroppo, in quel periodo non avrei potuto gustare appieno. Poi Nadia mi chiese se potesse occuparsi personalmente del pranzo di mia figlia. In quel momento mi tremò la voce: non ebbi nemmeno il coraggio di dirle che, per me, sarebbe stato un vero onore. Ancora oggi, ripensandoci, mi salgono le lacrime agli occhi.

Verso la fine del pranzo tornò al tavolo e si offrì di tenere lei per un po’ la bambina, così che potessi godermi il pasto con tranquillità. Non credo serva aggiungere altro per descrivere la gioia e la gratitudine che provai.

Non mancò nemmeno il momento dell’allattamento: la famiglia Santini aveva già pensato a tutto. Mi accolsero nella saletta adiacente all’ingresso, dove potei allattare serenamente e concedermi anche una tisana calda.

A tutto questo si aggiungevano, naturalmente, i loro piatti straordinari, che non mi hanno mai delusa e che ora mi posso gustare in toto.

Da quella prima esperienza si sono susseguite tante altre occasioni: pranzi con gli amici, ricorrenze speciali, compleanni e anniversari. Aperitivi sotto il portico, con Carlotta che scorrazzava in giardino e si fermava ad annusare le loro ortensie; un rosolio a fine pasto, tante candeline soffiate e innumerevoli ricordi custoditi tra quelle mura.

Tra tutti, ne conservo uno con particolare affetto: il mio ultimo compleanno trascorso lì.

Mia figlia ha sempre adorato uno degli elementi del benvenuto della cucina e, ogni volta, era difficile convincerla a rinunciare al bis. In quell’occasione Nadia mi invitò in cucina per insegnarmi, insieme a suo figlio, a preparare proprio quell’amuse-bouche, così da poterlo riproporre anche a casa.

Come se non bastasse, al termine del pranzo mi ritrovai tra le mani una fotografia scattata durante il servizio, con la torta del mio compleanno, firmata da tutti loro. Un gesto semplice, ma capace di trasformare un giorno speciale in un ricordo indelebile. Scatto che ho appeso gelosamente nel mio studio e che ha ancora più valore ora.

Nadia ha segnato la storia dell’alta ristorazione e il cui nome rimarrà negli annali della cucina. Una chef, una donna e, prima ancora, una persona rara. Capace di lasciare il segno non soltanto attraverso i propri piatti, ma soprattutto attraverso la sensibilità, l’umanità e quella straordinaria capacità di accogliere.

Il suo esempio ha saputo insegnare, ispirare, trasformare e contribuire a costruire percorsi professionali e umani.

Perché, in fondo, è proprio questo che rende davvero grande una persona: ciò che lascia negli altri, anche molto tempo dopo aver lasciato la stanza.

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LIBRANDI ACCELERA SULLA SOSTENIBILITÀ: SI AMPLIA IL PARCO FOTOVOLTAICO DELLA CANTINA 

Sui tetti della cantina Librandi prende forma un impianto fotovoltaico che segna una tappa precisa nel percorso dell’azienda calabrese verso una maggiore autonomia energetica. La sostenibilità, per Librandi, è un percorso fatto di scelte concrete e investimenti continui: dopo aver consolidato negli ultimi anni il proprio impegno attraverso la certificazione Equalitas, la pubblicazione annuale del Bilancio di Sostenibilità e numerosi progetti dedicati alla tutela della biodiversità e all’efficienza produttiva, la storica cantina calabrese compie oggi un nuovo passo con l’ampliamento del proprio parco fotovoltaico.

Il nuovo impianto, realizzato sulle coperture degli edifici produttivi della cantina di Contrada San Gennaro a Cirò Marina, rappresenta un investimento strategico che consentirà all’azienda di incrementare in maniera significativa la produzione di energia da fonte rinnovabile; una volta a regime, produrrà circa 550.000 kWh l’anno, energia che sarà interamente destinata all’autoconsumo della cantina, riducendo la dipendenza dalla rete elettrica nazionale nei momenti di maggiore attività produttiva.

«Negli ultimi anni il percorso intrapreso con Equalitas ci ha aiutato a misurare con maggiore consapevolezza il nostro impatto e a definire obiettivi sempre più concreti», commenta Raffaele Librandi, co-titolare dell’azienda con il fratello Paolo e i cugini Teresa e Francesco. «L’ampliamento del parco fotovoltaico rappresenta un ulteriore tassello di questa strategia. Non è un intervento isolato, ma parte di una visione di lungo periodo che punta a ridurre progressivamente le emissioni e ad aumentare la nostra autonomia energetica, continuando a produrre vino nel pieno rispetto del territorio che ci ospita.»

Il progetto, firmato dall’ingegnere Raffaele Mesoraca dello studio ISS Engineering di Crotone e realizzato dall’impresa edile V&M Immobiliare con il contributo del Gestore dei Servizi Energetici nell’ambito del programma Parco Agrisolare finanziato dal PNRR, prevede l’installazione di 805 moduli distribuiti su otto generatori, per una potenza complessiva di 442,75 kW e una superficie di oltre 2.100 metri quadrati di copertura e consentirà una sensibile riduzione delle emissioni climalteranti, contribuendo concretamente agli obiettivi ambientali che l’azienda si è data nel proprio percorso di sostenibilità. “L’impianto ci consente di coprire buona parte del fabbisogno energetico della cantina con produzione propria”, dichiara Raffaele Librandi,“È un investimento che riduce i costi di gestione e, allo stesso tempo, ci allinea agli obiettivi di sostenibilità che ci siamo imposti di raggiungere”. Le strutture interessate sono quelle esistenti dell’azienda, destinate alla vinificazione e all’affinamento dei vini Librandi.

L’investimento conferma un approccio che Librandi porta avanti da anni e che coinvolge l’intera filiera aziendale: dal monitoraggio della Carbon e Water Footprint ai progetti dedicati alla biodiversità, fino alle pratiche di economia circolare e alla gestione responsabile delle risorse naturali. Un percorso che guarda al futuro della viticoltura calabrese attraverso innovazione, ricerca e responsabilità.